L’intelligenza artificiale (IA) è generalmente ritenuta una branca dell’ingegneria che ha per obiettivo la realizzazione di macchine intelligenti, concepite per lavorare, reagire e comprendere il linguaggio, esattamente come fanno gli uomini. Oggi le macchine dotate di IA sono in grado di riconoscere schemi complessi, sintetizzare informazioni, desumere conclusioni e fare previsioni – tutte attività che fino a non molto tempo fa si ritenevano esclusive dell’uomo. Ma con quali conseguenze? In un articolo pubblicato sul New York Times dell’8 marzo 2023, il famoso linguista Noam Chomsky sottolinea come la recente ondata di interesse per l’IA sia contemporaneamente fonte di preoccupazione e ottimismo. L’invenzione di sistemi altamente sofisticati come ChatGPT ha un impatto significativo sulle passioni umane, che tendono a fondersi e a confondersi con essi. Rispetto a questi sistemi tecnologicamente molto avanzati l’uomo assume un ruolo attivo in quanto li concepisce e costruisce con lo scopo di rendere la propria esistenza più agevole; ma anche passivo, perché viene relegato a semplice spettatore delle azioni svolte dalle macchine che lui stesso ha creato. C’è allora da chiedersi quanto sia l’uomo a manipolare costruendo le macchine e quanto invece sia da queste manipolato, tanto da interrogarsi se la scrittura a mano abbia ancora senso nell’era dell’IA o se anche questa sarà resa perfetta dagli algoritmi. Proprio su questo il presente numero di «Graphos» intende confrontarsi, mettendo in campo i numerosi interrogativi che riguardano l’IA sul possibile rapporto, attuale e futuro, con la scrittura in un appassionante confronto tra le diverse possibili visioni pedagogiche.